RIP
È morto Mstislav Rostropovič, il più grande violoncellista dell’ultimo secolo. Un altro mostro sacro che non vedrò mai. Amen.
il rifugio digitale di Giorgio Martini
È morto Mstislav Rostropovič, il più grande violoncellista dell’ultimo secolo. Un altro mostro sacro che non vedrò mai. Amen.
È uscito oggi negli Stati Uniti The Children of Húrin, postuma e presumibilmente ultima installazione tolkeniana. Ricostruito assemblando appunti sconnessi e oscuri tenuti da Tolkien a partire dal 1918, espande ed integra la storia dei figli di Húrin già accennata nel Silmarillion e in altre antologie di materiale vario. Come per queste antologie, il lavoro di ricerca è stato effettuato dal figlio Christopher, anch’egli oramai ottantenne.
Premessa: il Silmarillion ho provato a digerirlo ma è uscito in rigetto dopo poco più di cento pagine. Insopportabilmente lento ed oscuro. Se voglio leggermi materiale del genere, francamente, qualche Vecchio Testamento in casa ce l’ho, ed è ben più piccante. Tutto ciò suona strano detto da me, che mi ritrovo non raramente (anzi, sarà argomento di un futuro post) a fantasticare su storie epiche e dalle proporzioni bibliche. Sarà che sono interessanti solo se partono della propria noia, e insopportabili se eiaculazioni altrui—anche quando l’altrui è niente popo’ di meno che John Ronald Reuel Tolkien?
Da quello che si dice in giro, però, I figli di Húrin ha poco in comune con i pastiche passati. 300 pagine, innanzitutto: un libercolo, leggibile in una sola seduta (al cesso), per i parametri tolkeniani. 30 anni di lavoro per rifinire, lustrare e tagliare il superfluo. Non ho altre statistiche che comincino per 3: spero bastino le prime due.
La mia paura è semmai che sia successo l’opposto, ovvero che a forza di voler rendere il romanzo “appetibile al grande pubblico” si sia proceduti ad una sistematica de-tolkienizzazione tale da rendere il lavoro indistinguibile dalla massa dell’insipida letteratura fantasy di oggi. Già il titolo è sospettoso: sarei stato molto più tranquillo con qualcosa come Húrin’s Kin. Insomma, se mi ritrovo in mano un Martin—depurato di quei fantastici periodi interminabili e delle parentesi che avvolgono paragrafi, con al loro posto gratuiti colpi di scena, dungeon à la D&D (non me ne vogliano i giocatori di ruolo) e sesso con nane barbute—dicevo, sarò profondamente amareggiato.
Dubbi a parte, il libro è stato ordinato ed è in arrivo. Considerati i tempi medi di questo blog (ed anche, ultimamente, quelli di lettura) prima di settembre—data d’uscita dell’edizione italiana, curata da Bompiani—una recensione dovrebbe esserci. Non contateci troppo, ad ogni modo.
UPS Whiteboard Advertising: minimalism in advertising, forse ancora più efficaci dei ‘duologhi’ Apple. Un uomo comune, uno sfondo bianco, telecamera immobile su (splendidi) schizzi cambiati a mano durante l’ad stesso. Logo e slogan di chiusura. Semplici e precisi.
Tanto per capire l’importanza del minimalismo, confrontate l’ultimo («Megabuilders Promo») con gli altri. Si vuole strafare—giochi di zoom, carrellate e stopmotion—e si ottiene una pappardella incomprensibile.
Capisci d’essere irremidiabilmente fuori dal giro quando Google spende 3,1 miliardi di dollari per qualcosa di cui non hai mai sentito parlare.
Non so voi, ma io non arrivo ancora a competere con la testa di un neonato. Come dimensioni, s’intende.
Joshua Bell, violinista di fama internazionale, si spaccia per musicista di strada in una stazione della metropolitana di Washington, DC, suonando Bach e Schubert davanti ad una platea.. inesistente.
Ogni commento è superfluo. Forse aveva davvero ragione Jean Baudrillard.
Update: tra l’infinità di email giunte all’autore a proposito dell’articolo—a cui ha risposto, incredibilmente, in massa—in centinaia fanno coming out confessando d’aver pianto. Ecco, io alle lacrime non ci sono arrivato, ma l’impulso c’era, ed era anche forte. Quello che mi fa paura è che non so nemmeno bene perché.
Con tre giorni di ritardo mi ricordo dell’apertura del primo Apple Store italico e, da buon citizen journalist (reader), corro a vedere cosa ne dice YouTube.
Rimango piacevolmente sorpreso davanti alla miriade di video e commenti a proposito—non credevo proprio fossimo capaci di tanto entusiasmo per quello che è, alla fine, solo l’ultimo arto che mamma Apple ha creato per stritolare le nostre misere finanze.
A proposito del video linkato: una volta tornato in Italia mi sentirò in dovere di insegnare due o tre trucchetti di crowd management (per non dire taming) imparati a Disneyland e co. Se ci si lascia al “buon senso” ci si fa male, punto.
Americana, bianca, diciottenne nel 2008 (tradotto, parafrasato, e depurato di valspeak):
Ho sentito chi sono i candidati alla presidenza.. dei democratici, intendo. Una donna, quella, la moglie di Clinton. E poi l’altro, un nero, sì, di colore. Beh, se è così io voto repubblicano senza nemmeno pensarci. Un presidente donna o nero? Non scherziamo!
Per la cronaca, è da agosto ‘06 che il vostro carissimo si trova ad LA, nel cuore della paradisiaca (televisivamente, almeno) California meridionale. Il pensiero è ancora fermamente eseguito in italiano—segno inconfutabile del mio rigetto—ma il subconscio geografico si è ormai trasferito qui. Non posso che augurarmi che quello culturale non abbia subito la stessa sorte.
A volte facciamo davvero paura. Non anticipo nulla su quanto linkato: dico solo che è estremamente disturbing. Nulla di grafico—solo la pura e semplice verità di un paese forse impazzito, o forse troppo cinico per lasciarsi andare alla pazzia.
Tanti piccoli mondi stile Piccolo Principe, tratti da panoramiche a 360°. Meravigliosi.
Giusto una segnalazione en passant: in questi giorni non riesco a fare di più.
Trattasi di un documentario BBC (quindi sì, in english) sulla recente dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, il leggendario “ho una risoluzione geniale ma questo margine è troppo piccolo per contenerla” insomma. Chi non ne avesse sentito mai parlare, per inciso, vergogna.
Il documentario in questione è tutto meno che improntato sulla matematica, anzi: vengono appena accennate rappresentazioni visuali di alcuni elementi della dimostrazione. A prima vista potrebbe sembrare come un difetto, ma vi assicuro che non lo è: né io né probabilmente nessuno dei miei lettori ha le capacità per capire matematica del genere—sicuramente non se si fosse provato a condensare anni di lavoro masochistico in un filmatino. Il tema centrale del documentario, superato il “che cosa abbiamo fatto per dimostrare la congettura”, è piuttosto di tipo psicologico, ovvero il come è stato fatto, con interviste approfondite ai protagonisti.
Il video lo potete trovare tramite i malvagissimi torrent, e lo consiglio a chiunque senta quel misto di rispetto e di incredulità quando messo di fronte a qualcosa di “incomprensibile”. Insieme al video c’è anche un libro PDF di un 280 pagine intitolato ‘Fermat’s Last Theorem for Amateurs’, sul quale (forse) scriverò in futuro.
Nonostante qualche giorno di ritardo, mi sento moralmente tenuto a segnalare la nascita di Al Jazeera English, la prima televisione a essere trasmessa interamente in Inglese da un paese arabo. Finalmente un modo accessibile di riequilibrare la nostra visione del mondo con il punto di vista del “altra metà”.
Consiglio a tutti la visione dei primi minuti di trasmissione: a parte qualche auto-celebrazione di troppo, impeccabili. Fortissime (e ottime) le influenze BBC World, dallo stile dei presentatori alla musica.
Ora devo trovare il modo di riuscire a vederla sulla cable americana…
ReviewMe è il new kid on the block nel settore web advertising. Giunti ormai in una fase in cui i nostri occhi allenati sorvolano AdSense et simila con noncuranza, gli advertiser hanno bisogno di altre soluzioni per far conoscere nuovi prodotti—e ReviewMe potrebbe essere una di queste. In Italia ne hanno parlato Emanuele, Quasi.dot, Giovy e molti altri.
ReviewMe non è il primo tentativo di creare un servizio di inserimento contenuti (le pubblicità tradizionali aggiungono rumore, in un certo senso togliendo contenuti) nei blog, ma presenta alcune qualità che potrebbero portarlo alla posizione di ‘leader’ del branco—e forse unico sopravvissuto appena arriva l’ora di battere cassa.
La prima e più rilevante è la possibilità—che sfrutterò in questo momento—di dichiarare apertamente che il post è una recensione pagata. Esatto: riceverò (teoricamente) 15 dollari per questa recensione. La cifra è senza dubbio esigua, ma dipende dall’assoluta marginalità di questo blog (leggasi: pochi link in entrata). Blog più “influenti” (e qui ci sarebbe da aprire il solito discorso ranking su Technorati ≠ influenza, ma non lo farò) possono ricevere fino a 125 dollari per recensione.
Un altro must rispettato da ReviewMe è la possibilità di scrivere recensioni negative. Ovviamente a lungo andare rant senza né capo né coda portano all’esclusione dal programma, ma critiche costruttive sono ben accette.
ReviewMe ha delle potenzialità. La possibilità per advertiser di tuffarsi “di testa” nel contenuto con pubblicità di prodotti veri—software e negozi online in testa, ma anche, in futuro, prodotti quotidiani—quindi con la possibilità di distinguersi dalla marea di crap che domina la scena pubblicitaria online tradizionale (stesso principio su cui si basa The Deck, altro servizio che rispetto)—la vedo decisiva e promettente.
C’è però da dire che vedo anche dei problemi. ReviewMe è destinato a piccoli advertiser, e non a colossi come Apple o Dell: piccoli advertiser che sono anche interessati a prendersi il massimo per ogni dollaro speso. Visto che ReviewMe permette di scegliere esattamente su che siti compariranno le recensioni, cosa spinge a usare l’interfaccia del servizio per contattare e pagare il blogger (con conseguente raddoppio dei costi) piuttosto che contattarlo direttamente? Questa seconda soluzione permetterebbe anche di concordare con più precisione quanto recensito—e, sì, anche l’orientamento della recensione.
Non tutte le speranze sono perdute, però. Abbiamo escluso a priori advertiser con budget nell’ordine delle decine o centinaia di migliaia di dollari, e abbiamo visto come quelli con budget nell’ordine delle centinaia offrano poche possibilità di guadagno da parte di ReviewMe. Rimane la fascia intermedia: ad esempio, una neonata software house con qualche migliaio di dollari da spendere per farsi pubblicità, e che è ben contenta di pagare un intermediario piuttosto che contattare decine di blogger, verificare che i loro blog siano ben frequentati, pagarli individualmente con i metodi più svariati, e poi incazzarsi quando i post cominciano a sparire.
Il dubbio è quanto sia ampia questa fascia intermedia: da questo dipende il futuro o la morte di ReviewMe—e con essa di tutti i servizi simili.
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Insulso, offensivo e… geniale. Una splendida parodia au reverse degli “U.S. and A.”, come recita il protagonista.
Consigliatissimo.
Solo, una curiosità: in Italia è stato doppiato? Avendolo visto in inglese mi domando se nel Bel Paese si è fatta la solita (idiotica) scelta di portare i dialoghi in Italiano, con conseguente perdita di tutte le divertentissime storpiature della sintassi inglese, per non parlare di quando il giornalista kazaco si diletta con il neo-appreso nigga talk. Qualcuno ‘back home’ l’ha già visto?
C’è qualche anima pia che ha voglia di fornirmi una ipersintesi di quanto accaduto negli ultimi—vediamo—6 mesi?
Lo confesso: oltre a non ho degnare il mio blog di attenzioni, ho anche trascurato il vicinato. Il mio feedreader è rimasto in letargo per un tempo spaventosamente lungo. Non solo leggersi le migliaia di item che si stanno dipingendo di unread mentre scrivo è un impresa improponibile, non sarebbe nemmeno particolarmente utile: anche i feed più ristagnanti hanno, se va bene, materiale non più vecchio di un mese.
Anybody?
1 C’era tra i farisei un uomo chiamato Nicodemo, uno dei capi dei Giudei.
2 Egli venne di notte da Gesù, e gli disse: «Rabbì, noi sappiamo che tu sei un dottore venuto da Dio; perché nessuno può fare questi miracoli che tu fai, se Dio non è con lui».
3 Gesù gli rispose: «In verità, in verità ti dico che se uno non è nato di nuovo non può vedere il regno di Dio».
Midnight Cappuccino rinasce. Più ermetico, più neat, e, possibilmente, più seguito—da me stesso, in primis—di prima.